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Gelati sciolti sulle nostre ginocchia – Il primo giorno

La mollezza esercita su di me una straziante inconsistenza.

Come tutte le altre, questa sarà una dedica a te, sciocca sconosciuta senza nome. Ad oggi dovresti solo essere un riverbero di lontani pomeriggi d’estate, e invece sei l’incessante costanza che accompagna l’incertezza dei miei giorni pieni. Sei l’ombra che mi fa da compagnia; eserciti una pressione sulle mie spalle benché io di te conosca solo l’assenza, e oramai la tua definizione risuona come un atroce sinonimo di vuoto. Lontana e nascosta, sei l’ambivalente significato di ciò che è vuoto. Sei l’eco delle mie immagini mentali, non ti riconosco più, per questo non contieni niente se non dei contorni sfumati dagli interni vuoti; sei un alone sfocato: il vuoto ricordo che ha lasciato un vuoto. Indefinibile le tua silhouette quanto la tua etimologia: da dove vieni?
Dopo tutto questo tempo, forse, potrei osare dicendo che sei una mia creazione? Un fittizio inganno della mia stessa fantasia? Ho creato io il nostro passato, o c’eri davvero? Su quella spiaggia a guardare il sole tramontare, seduta sugli scogli, mentre stretta fra le tue lunghe e luccianti gambe, stringevi il tabacco con cui ogni 20 minuti ti giravi una sigaretta? I tuoi occhiali, tondi dalle lenti nere, erano caduti su qualche masso più giù e le astine venivano bagnate dall’acqua. Mi sono offerto di prenderteli, ma tu mi hai messo in bocca la sigaretta appena accesa e sei saltata giù, scomparendo nell’ombra, che il sole ormai basso, non riusciva a illuminare. I capelli biondi, lunghi e mossi, lasciavano un bagliore di rosso che rifletteva la grotta alle nostre spalle, e il tuo sorriso smagliante e compiaciuto mi ha investito nella sua purezza. Specialemente quando hai ripreso a stringere fra i denti il filtro, nel momento in cui hai riaperto il pacchetto del trinciato per fartene un’altra. “Puoi finirla tu” Mi hai detto. E mi sono seduto accanto a te, a ricordare quei tuoi splendidi occhi azzurro cielo, limpidi come acqua cristallina, che fino a due secondi prima non si nascondevano dietro quei cerchi neri. Senza parlare, mi godevo il panorama e la tranquillità che il suono nelle onde di un mare piatto, e il piacere di una spiaggia deserta sotto una luce solare ormai tenue, portano all’animo. Le parole mi mancavano, e il silenzio mi sembrava più intelligente. Per spegnere il braciere hai lanciato quello che rimaneva della sigaretta in acqua, e sei andata via. Fino al giorno dopo, quando ti ho rivista con un cappello di paglia seduta su un telo alla spiaggia più prossima leggere un libro dalla copertina rosa e il titolo Rispondimi. Mi ero avvicinato senza dire una parola, e…

E questi ricordi mi sembrano fantasie. L’incapacità di distinguere ciò che è reale e ciò che potrebbe esserlo stato mi logora in profondità, per questo motivo ho smesso da tempo di rievocare queste reminiscenze. Così ho dimenticato. Chi sei, cosa facevi, com’eri, come parlavi, e quello che c’è stato fra di noi. Tutto ciò che c’è stato fra di noi pare una storiella che ogni tanto mi racconto. Forse eri davvero un miraggio. O forse tutto quello che riporto alla mia memoria è reale, e ricordo tutto.. ma proprio tutto. La nostra felicità, in pomeriggi tranquilli tra passeggiate in vicoli stretti e gelati sciolti sulle nostre ginocchia; viaggi intrepidi in posti strani e sconosciuti, senza turisti chiassosi e cittadini sgarbati. Ma quando ci rifletto svaniscono quelle rimembranze che provo a trattenere, e mi dico: non ricordo. Perché ci siamo lasciati?

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Cose che non immagini

Non hai idea della mancanza
Di un porto sicuro
Due braccia che ti avvolgono
Parole che ti confortano

Non hai idea di come sia
Avere tanti posti dove andare
Senza neanche uno dove tornare
Volere solamente scappare via

Ammiro lo stupore del volto candido
Che non conosce dolore,
Ma solo il ricordo vivido
Di una gioia che non muore

Ammiro il tuo stupore
Di sapermi triste in giornate di sole
Come se fossi uno qualunque che non vuole
Sorridere

Però non hai idea, davvero,
Di cosa sia la solitudine
Di una casa vuota, silenziosa
Di sguardi, emozioni, ricordi

Non hai idea di cosa porti
La ridondanza degli addii di una mamma
Il rifiuto costante di un padre
l’instabilità di una famiglia che crolla

Non hai idea della difficoltà
Di mettere fiducia in qualcosa che appassisce
Di dire addio a un’amica che svanisce
Di sapere che un amore prima o poi finisce

Ti stupisci del mio malumore
Avendo un passato che sempre più mi divora
Senza renderti conto dei sorrisi sinceri
Che valgono di più in questi momenti neri.

Tu,
semplicemente,
non hai idea.

Les enfants qui s’aiment

La polaroid di noi
che tenevo nel mio portafogli
è volata via
in un giorno ventoso
e di pioggia
mentre per l’ultima volta
l’ho osservata

addio

il corso d’acqua sulla strada
l’ha portata da qualche parte
un uomo,
o una donna,
l’ha trovata e presa con sé
in un appartamento arredato con oggetti vintage
e un profumo di fiori freschi
l’ha lasciata ad asciugare
la scritta sul bordo c’era ancora
sbiadita,
ma leggibile

ad oggi, lo so, è ancora al suo posto,
e quell’uomo,
o quella donna,
ogni tanto si chiede
se i ragazzi che si amano
sono cresciuti

L’amore ritrovato

Durante le vacanze mi sveglio presto, sebbene sia una persona tendenzialmente pigra e pantofolaia durante i periodi di fatica e stress, cosa abbastanza normale dato che i miei orari richiedono sforzi assurdi e troppo prolungati.
Il giorno di partenza dei miei amici da Varsavia ero particolarmente soddisfatto, e preso dall’entusiasmo della piacevole settimana passata assieme quella mattina ho deciso di preparare una colazione abbondante cosicché potessero fare un ritorno a casa con abbastanza energie. Avrebbero fatto un bel “tour de force” considerando che avevano un sacco di brevi spostamenti da fare tra prima e dopo il volo. Li ho accompagnati alla fermata dell’autobus, e tra abbracci e pacche ci siamo salutati, con la consapevolezza che da lì a qualche mese ci saremmo rivisti.
La fermata dello shuttle che portava all’aeroporto era accanto alla stazione centrale, e per tornare a casa dovevo passarci attraverso, per il sottopassaggio che collegava il mio condominio al centro, lungo interamente circa un chilometro e mezzo. Il modo più comodo per stare coi miei pensieri senza prendere troppo freddo. Mi guardavo attorno ma ero completamente assorto nelle mie fantasie per potermi rendere conto della gente circostante. Il mio sguardo seguiva le insegne luminose dei locali, dei bar e negozi che percorrevano tutta la subway fino ai binari della stazione. A un certo punto il mio sguardo si posa su un volto familiare dalla forte carica emotiva. Dall’essere un miraggio, per l’incredulità che quella presenza, così assurda in quella circostanza, mi trasmetteva, si è tramutato in certezza dissonante. I miei occhi si sono illuminati e anche il suo, come fosse un riflesso del mio. Questa carica emotiva si chiama Agnieszka. L’unica persona che non avrei creduto di poter vedere in questa circostanza, ma la stessa per cui io mi trovassi in quella città.
Ci siamo venuti incontro senza dire una parola, e ci siamo abbracciati. Per circa due minuti.
“Che cosa ci fai qui?”
“No, tu che ci fai qui!”
“Beh, io ci vivo”
“E non mi dici nulla?”
“Come se non lo sapessi! Katarzyna, Karolina, Pawel, Dominika lo sapevano, te lo avranno detto di sicuro!”
“Sì, ma tu non lo hai detto a me. Potevi scrivermi”
“…E tu cosa ci fai qui?”
“Devo tornare a casa, e ho un cambio qui. Ne approfitto per fare dei giri e poi prendo il diretto che parte alle 9”
“Perfetto, allora ti invito a pranzo. Che giri devi fare?”
“C’è una mostra alla Galleria Leica di una fotografa che per cinque anni ha girato le baraccopoli asiatiche e..”
“Sì, sì, lo so, c’è stata l’inaugurazione la scorsa settimana ma non sono riuscito ad andarci, quindi è ancora sulla mia lista delle cose da fare.”
Siamo andati a mangiare in un bar Mleczny. Nel primo mi ci aveva portato lei a Danzica tre anni prima.
Agnieszka è stata una persona molto importante prima di rompere i contatti così improvvisamente.
Tre anni prima ero scappato da lei in Polonia, a Danzica, dopo aver rotto con la mia ragazza. Sebbene avessimo avuto una storia, razionalmente avevamo deciso che fosse meglio non essere una coppia ma continuare comunque a sentirci. Le dissi che mi ero trovato una ragazza, e lei mi confessò altrettanto. Quando questa relazione finì, nonostante fosse una relazione del tutto superficiale, ci rimasi male, oppure finsi solo per poter scappare da lei con una scusa, ed andarla a trovare, finalmente. Prenotai il volo per la settimana dopo. Arrivato in aeroporto lei mi venne a trovare ed era più bella e felice che mai. Inutile dire che questo suo boyfriend non è proprio apparso se non in qualche estratto di conversazione, eppure stavano insieme da più di un anno, a quei tempi. Arrivammo a casa sua con una spesa composta da più percentuale di alcol che di tutto il resto. Abbiamo stappato il vino a cena e dopo mezz’ora eravamo già lì a pomiciare e dirci che ci eravamo mancati come nessun altro nella vita.
Una cena che era avvenuta nel suo pseudo-loft, per terra, senza tavoli o sedie, e ci mancava poco che le mancassero anche le posate. Un materasso, una coperta, un fornello elettrico e un pianoforte. Non aveva altro e non aveva bisogno di altro. La litigata con i suoi era stata un’ottima scusa per trasferirsi lì definitivamente e portarsi l’unica cosa che la legava alla sua casa natale: il suo adorato piano. In fondo non poteva passare mesi di studio lì senza sfogarsi con la musica. La sua musica.
Quella settimana è passata così: a giacere sul letto per la maggior parte del giorno ad ascoltare lei che suonava, fumare erba e dormire. La notte, invece, stavamo fuori a bere per i locali e a baciarci sulle panchine che stavano al fiume, per rincasare sempre tra le 6.05 e lei 6.21 di mattina.
Io però qualcosa della città volevo vederla e una volta l’ho costretta a fare after. Dopo la notte passata a bere, terminata come al solito sul fiume, siamo finiti a far colazione in una di quelle barche-bar-ristorante aperte 24/24. Alle 10 eravamo davanti al museo d’arte per vedere la mostra. Alle 10:30 ci siamo seduti su un divanetto che era posto davanti a un quadro dal titolo “La solitudine del cane pastore”. Con voce bassa mi ha sussurrato di amarmi, e io le ho risposto che lo sapevo già perché i giorni passati l’avevo sentita sussurrarmelo più volte mentre dormivo. “Ti amo anche io”. Ci siamo addormentati, letteralmente l’uno sull’altra per un’ora e mezza in mezzo a quadri meravigliosi, fortunatamente nel suo giorno d’apertura gratuito della settimana, quindi gremito di turisti. Penso che nessuno avesse fatto caso a noi, per questo abbiamo riposato indisturbati.
Quando ci siamo svegliati abbiamo continuato il giro. Non dimenticherò mai il momento in cui siamo finiti davanti al quadro “La consapevolezza di noi due” e tu hai appoggiato la testa sulla mia spalla. Saranno passati almeno 10 minuti ma in tutto quel tempo nessuno di noi due voleva staccarsi da un quadro così tanto bello e misterioso. Sì, ovviamente ne io né lei ci avevamo capito molto.
Siamo tornati a casa a dormire e il giorno dopo è stata lei a costringermi a congiungere la la notte col giorno e siamo finiti a goderci l’albeggiare del sole a Sopot, sul suo bellissimo pontile deserto, dove abbiamo mangiato un dolce tipico polacco di cui non ricordo il nome e venduto da un chioschetto che stava lì a fare da terzo incomodo a questo amore dicotomico.
Il tempo in quella settimana è passato in fretta ma me lo ricordo come se fosse stato più un periodo lungo mesi che solo qualche giorno.
Quando sono tornato in Italia la comunicazione è diventata infrequente. Dopo un mese c’è stato il suo compleanno e le ho inviato un regalo e una lettera scritta a mano che le diceva quanto bene sono stato e come mi ha fatto sentire. Niente di più perché anche questa volta non poteva essere quella giusta. Non potevamo stare insieme.
Tutto. Troppo. Complicato.
Perciò nel piatto non ho messo niente di più che già non ci fosse. Eppure a quella lettera non ho mai ricevuto una risposta e da lì non ci siamo più sentiti.

“Ti è mai arrivata la mia lettera?” Le chiedo mentre mi ingozzo di kotlet.
“Quale lettera?”
“Quella per il tuo compleanno, tre anni fa”
“Sì, mi è arrivata”
“Dai raccontami tutto quello che c’è di nuovo nella tua vita”
E il resto della cena è stato un monotono e inutile sforzo di ritrovarsi che non ha portato a nulla, solo a una lunga e noiosa conversazione del più e del meno. Siamo andati a bere una cosa e poi l’ho accompagnata in stazione.
“Io abito lì.” Le ho indicato col dito il palazzo bianco prossimo alla stazione e l’ho salutata con un abbraccio forte e lei ha ricambiato con tanto affetto.

Che merda. Tienitelo l’affetto. Ho passato un weekend di agonia a pensare a lei e non sono neanche uscito a bere. “Sicuramente avrà passato un altro fine settimana a litigare con i suoi come al solito, anche se adesso almeno ci torna, a casa” E mi suonano alla porta. Finale scontato eppure sì, era lei. Che mi chiedeva asilo da casa sua.
Vino e coccole sono la soluzione migliore, ho pensato.
“Ma non stai più con Gregorz?”
“Sì, ci sto ancora insieme”
Bellamente me ne sono fregato e le ho detto che tre anni senza di lei non hanno cambiato nulla.
Mi ha baciato. E anche io. Mi sorride” “It’s always been you” perché voglio ricordarmi per sempre come questa polacchina sia tornata da me. Poi abbiamo fatto l’amore e ci siamo addormentati la mattina presto, mentre le prime luci del giorno seguente illuminavano fiocamente la stanza.

Per questo mi chiedo come mai adesso non sia accanto a me, al risveglio, dopo che le ho detto che poteva stare da me qualche giorno. Eh, ma le donne sono proprio strane. Se n’è andata, stavolta di proposito. Mi alzo per fare pipì e poi ritornare a letto, a riflettere sulla vita. In cucina qualcuno prepara ma oggi non ho voglia di fare vita sociale. A volte è proprio vero che vogliamo persone o cose che non possiamo avere. Mi sdraio di nuovo sul letto a dormire. Socchiudo gli occhi e poco dopo mi vedo una sagoma che si avvicina al letto. Sì, ho preso uno spavento, ero in dormiveglia. E’ Agnieszka, che invece di essere scomparsa è andata in cucina a prepararmi la sua tipica colazione salata: uova strapazzate, prosciutto e formaggio con due strisce di bacon che formavano la bocca di questa colazione sorridente.
“Ti ho portato la colazione felice”
“Eh lo vedo”
“Ora tu fai felice me, e torna con me, a Danzica.”
“Per rimanere?”
“Per rimanere”

L’ultimo giorno della nostra storia – Prologo

Questo sarà l’ultimo giorno della nostra storia.

Oggi è esattamente il nostro quinto anniversario che passiamo assieme, ma sarà anche l’ultimo. Scruto il suo sguardo perso con la coda dell’occhio, mentre si volta verso il finestrino a lato del passeggero. Io continuo a guardare la strada, guidando sulla statale che ci dovrebbe portare in Toscana. Da quando ci sono stato in vacanza, non ho più smesso di parlarle di questo ristorante sperduto fra le colline. Sapevo che ne avrebbe adorato i piatti, la semplicità dell’arredamento, e le campagne che circondano il paesino. E oggi è arrivata l’occasione giusta per portarcela; voglio che ammiri questi paesaggi con occhi pieni di stupore, di ammirazione, di amore.

Immagino il suo sguardo vacuo rivolto verso il verde che ci circonda, e immagino il mio, melanconico, mentre con un’occhiata, quasi di rassegnazione, mi vedo nello specchietto retrovisore, intento ad attuare una manovra di sorpasso. L’ambiente è così freddo e umido che i finestrini sono bagnati, come se avessimo sparso lacrime per tutto l’abitacolo. Evito di pensarci, e inserisco nel lettore il cd su cui ho masterizzato la compilation della nostra storia. Noi non abbiamo una canzone sola, ma 13, che ho ordinato secondo il filo conduttore che ci ha portato ad ascoltarle, a farle nostre. Queste canzoni le abbiamo vissute; hanno un significato intrinseco che rimanda a un momento particolare della nostra, ormai finita, storia.

 

La nostra storia comincia con Budapest di George Ezra

Wish you were love

I place my lips
On your mouth

Delicate

The desire of holding you
envelops you between my hands

Your body is an unexplored
Section of kisses

I discover it, and you too
Your lips are following the road
I’m doing with mine

They are looking for them
They demand them
They bring them back

And mouth on mouth
Fingers on fingers
Abdomen on abdomen

One another
So perfectly harmonious
We are completing each other

Am I overwhelming you
Are you overwhelming me

Conjoined
I perceive you
Through the skin

And yet
You are in a never-ending
Chase for me